Ritratto di un premier da cucciolo
La prima domanda doveva essere: “Signor ministro, è normale che mi venga da ridere a chiamare ‘signor ministro’ un mio coetaneo?”. Ma tutto sfuma, perché Enrico Letta esordisce: “Diamoci del tu, in fondo siamo coetanei”. Ha trentatré anni ed è sobriamente orgoglioso di essere il più giovane ministro della storia della Repubblica, visto che “Giulio Andreotti lo diventò a trentacinque e Romano Prodi a trentanove”. Insomma, surclassati. Per cui la prima domanda, in fondo, vale ancora. E Letta dice: “Capisco che a quelli della mia età possa venire da ridere a chiamarmi signor ministro. E’ per via del meccanismo dei tappi”. Il meccanismo dei tappi, secondo il responsabile del dicastero delle Politiche comunitarie, è il seguente: “I cinquantenni e i sessantenni di oggi non sono i cinquantenni e i sessantenni di ieri. di Mattia Feltri
18 AGO 20

Questo ritratto-intervista di Enrico Letta scritto da Mattia Feltri è apparso a pagina 3 del Foglio di mercoledì 8 dicembre del 1999, in una serie di interviste intitolata “Trent’anni, quelli che hanno combinato qualcosa”. La ripubblichiamo integralmente.
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La prima domanda doveva essere: “Signor ministro, è normale che mi venga da ridere a chiamare ‘signor ministro’ un mio coetaneo?”. Ma tutto sfuma, perché Enrico Letta esordisce: “Diamoci del tu, in fondo siamo coetanei”. Ha trentatré anni ed è sobriamente orgoglioso di essere il più giovane ministro della storia della Repubblica, visto che “Giulio Andreotti lo diventò a trentacinque e Romano Prodi a trentanove”. Insomma, surclassati. Per cui la prima domanda, in fondo, vale ancora. E Letta dice: “Capisco che a quelli della mia età possa venire da ridere a chiamarmi signor ministro. E’ per via del meccanismo dei tappi”. Il meccanismo dei tappi, secondo il responsabile del dicastero delle Politiche comunitarie, è il seguente: “I cinquantenni e i sessantenni di oggi non sono i cinquantenni e i sessantenni di ieri. Oggi sono ragazzoni, si sentono sempre sull’onda, giocano a calcetto ogni sabato mattina. Sono i primi veri figli del benessere economico, per cui sempre più spesso vantano fisici curati e godono di buona salute. Capita che raggiungano ruoli dirigenziali in età solitamente pensionabili, per cui si sentono eternamente prematuri. Il ricambio è rallentato. Quand’ero bambino, un sessantenne coi capelli bianchi era un vecchio, adesso è un uomo pieno di progetti, di vitalità e di futuro”.
Non che questo a Letta dispiaccia, anche perché i giovani, dice, trovano spazio più tardi pure per il motivo che ora hanno l’opportunità di studiare e finché studiano sono ragazzi. Sino a ventisette, ventotto anni, e oltre. Naturale che l’ingresso nel mondo del lavoro venga posticipato. Ma pensa sia ingiusto parlare di “giovanotti leggeri di testa”, come scrive Eugenio Scalfari sulla Repubblica, citando Wolfgang Amadeus Mozart e ricascando nel ciclico e spossante: “Noi eravamo migliori”. E’ ingiusto, “perché noi, semplicemente, abbiamo raggiunto i nostri traguardi senza cercare un’idea collettiva di successo”. Cioè, Letta pensa che parlare di generazione sia sbagliato, almeno nell’accezione solitamente condivisa: “Uno è figlio di quello che ha studiato, di quello che ha letto, della famiglia in cui è cresciuto. Poi, in piccola parte, è figlio della sua generazione. Usare questa categoria ha senso solo da un punto di vista strettamente anagrafico”.
Comunque Letta individua una differenza fra chi appartiene alla sua generazione – anagraficamente parlando, s’intende – e quelli che appartengono alle precedenti. Questi ultimi partono dalla propria generazione, da quello che ha fatto, da quello in cui ha creduto, da quello per cui ha combattuto, e soltanto di conseguenza parlano di sé. “Invece penso sia più giusto partire da sé, fare qualche cosa per sé, eppoi vedere quanto e come ognuno di noi ha saputo caratterizzare un’epoca. Una generazione è una somma di individualità, e non viceversa. Il Sessantotto fu esattamente l’opposto”. E, appunto, questa è l’epoca delle individualità, secondo Letta. “Individualità che hanno dato un impulso, il cui impulso è servito per cambiare la società silenziosamente. Individualità che, semplicemente, non hanno messo in rete la loro esperienza per spiegare agli altri e dagli altri sapere che cosa si sta facendo. Così sembra che in realtà non stiano facendo nulla. Lo chiamerei individualismo sommerso, e so che viene visto come una forma di egoismo e di incapacità di partecipare, ma non è così”.
Il ministro, in fondo, vuol soltanto dire che lui si è schierato, che rappresenta nel governo il Partito popolare, ma non è guidato da “direttive ideologiche”. Non sente la necessità di “combattere battaglie ideologiche”. Si intenerisce, piuttosto, se pensa a Carosello, e a quando scommetteva col cugino, il figlio di Gianni Letta, su quale sarebbe stata la prima réclame. Si intenerisce quando pensa al giorno in cui conquistò, assieme al permesso di assistere alle trasmissioni successive a Carosello, l’ingresso ufficiale nel mondo degli adulti. Si intenerisce se ricorda Zorro, Furia, Happy Days. Se ricorda l’età della pietra del videogame, un tennis messo in scena con due stilizzatissime racchette e un quadratino per pallina. Come dire, siamo tutti un po’ parenti di Fabio Fazio: con lui, con un trentenne che lavora in officina e uno alla Goldman Sachs, con uno di Pontedera e uno di Marsala, abbiamo in comune Supergulp e Zagor.
“Abbiamo in comune Paolo Rossi e Bruno Conti, la vittoria ai Mondiali dell’82. Questo abbiamo in comune. Una parte di cultura, quella infantile. Poi ognuno ha preso la sua strada senza bisogno di condividerla necessariamente con altri. Tutti, per esempio, abbiamo fissa in mente la mattina in cui le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro. Ce lo dissero in classe, poco dopo le nove. Uscimmo da scuola in silenzio, anche se forse non avevamo colto fino in fondo la portata dell’evento. Io abitavo a Pisa. Rammento i miei genitori: mi portarono in via Fani, a vedere il posto dell’eccidio e del sequestro. Moro era ancora prigioniero. Fu allora, avevo dodici anni, che in me nacque il primo forte sentimento politico. Ma quello, appunto, era un sentimento. Qualcosa di mio”.
“Per essere qualche cosa, nella vita, bisogna riempirsi di sostanza”, continua Letta. Lui ha frequentato la scuola dell’obbligo a Strasburgo, si è laureato a Pisa in Diritto internazionale. A ventiquattro anni era presidente dell’organizzazione giovanile del Partito popolare europeo. Poi tutta la carriera. Nel ’96 sfiorò il sottosegretariato, che gli fu negato in extremis per riequilibrare, secondo le non scritte teorie neocencelliane, la composizione del governo. “Ebbi la certezza di essere stato nominato ministro poche ore prima di dovermi presentare per il giuramento. Non avevo gli abiti da cerimonia, tutti custoditi a Pisa. Non ero preparato psicologicamente. Rimasi come stordito e travolto dagli eventi, e non ebbi la possibilità di emozionarmi. In seguito prevalse il desiderio di non sfigurare e quel disincanto che forse è davvero l’unico trait d’union fra quelli della mia età: un forte senso di disincanto. Ancora oggi, non tanto quando mi guardo allo specchio alla mattina, ma quando mi ritrovo al cospetto dei, diciamo così, grandi della terra, faccio uno sforzo per non scoppiare a ridere, e dire davanti a tutti: guardate, dev’esserci un errore, io sono un ragazzino che stasera ha un appuntamento in birreria con gli amici”.
Sono amici con cui ci si racconta di quando si stava all’estero, chi per un master, chi mantenendosi servendo in pizzeria. Questo, spiega Letta, hanno in comune i trentenni di oggi: sono stati all’estero, parlano le lingue, “hanno capito prima come funzionano le cose, hanno una percezione della multimedialità come strumento di lavoro”. E guai a parlare del recente rapporto Censis, secondo cui gli italiani usano i computer per fare i videogiochi: “Forse quelli un po’ più grandicelli di noi usano il computer per fare i videogame, noi lo usiamo per fare i soldi”.
Questo uso smodato del “noi” sembra far cascare il ministro nella trappola dell’appartenenza. Lui si affretta a smentire: “Nessuno più ha voglia di appartenere a delle tribù. Io sono cresciuto negli anni del riflusso, quando le tensioni degli anni Settanta prendevano a stemperarsi, ma tuttavia i gruppi si distinguevano per la scelta dell’abbigliamento e l’uso del linguaggio. Roba che non ha più ragione di esistere. Non si tratta di rigetto, ma di una presa d’atto del mondo di oggi. E’ necessario semplicemente pensare ai risultati che stiamo inseguendo. La consacrazione collettiva non serve. Forse eccediamo come eccedevano quelli prima di noi. Chissà. Speriamo si arrivi a una sintesi”.
Intanto Letta si gode i risultati. Sciorina dati, grafici, pagelle, diagrammi. Variazioni in punti percentuali indicano l’Italia come il paese che dal novembre ’98 a oggi ha conseguito i miglioramenti più apprezzabili nell’attuazione delle direttive comunitarie. Il tutto, spiega la Ue, grazie a “un’intensa attività all’interno di un’amministrazione abbinata a un vigoroso sostegno politico ai più alti livelli”. Letta propone il testo in inglese e la traduzione in italiano. Gongola. Osserva che le sfide sono molte. Spera, se proprio deve appartenere a qualcosa, di appartenere alla classe politica che saprà determinare la modernizzazione del paese e l’adeguamento del suo sistema di welfare. “E’ un chiodo su cui intendo battere”. Perché la modernizzazione porta a una parificazione delle opportunità: “E’ bastata la tv perché questo processo avesse inizio: tutti hanno avuto la possibilità di vedere il mondo attraverso il piccolo schermo e capire che cosa si può fare”. Ancora, Letta parla di funzionamento dell’Europa, delle chance offerte, del desiderio di aiutare gli italiani a essere più informati sulla vita dell’Unione e come essa possa cambiare la nostra.
Intanto Letta si gode i risultati. Sciorina dati, grafici, pagelle, diagrammi. Variazioni in punti percentuali indicano l’Italia come il paese che dal novembre ’98 a oggi ha conseguito i miglioramenti più apprezzabili nell’attuazione delle direttive comunitarie. Il tutto, spiega la Ue, grazie a “un’intensa attività all’interno di un’amministrazione abbinata a un vigoroso sostegno politico ai più alti livelli”. Letta propone il testo in inglese e la traduzione in italiano. Gongola. Osserva che le sfide sono molte. Spera, se proprio deve appartenere a qualcosa, di appartenere alla classe politica che saprà determinare la modernizzazione del paese e l’adeguamento del suo sistema di welfare. “E’ un chiodo su cui intendo battere”. Perché la modernizzazione porta a una parificazione delle opportunità: “E’ bastata la tv perché questo processo avesse inizio: tutti hanno avuto la possibilità di vedere il mondo attraverso il piccolo schermo e capire che cosa si può fare”. Ancora, Letta parla di funzionamento dell’Europa, delle chance offerte, del desiderio di aiutare gli italiani a essere più informati sulla vita dell’Unione e come essa possa cambiare la nostra.
Si esprime, certe volte, da politico consumato che, parlando di maestri, china gli occhi e pensa a Beniamino Andreatta (“ha creduto in me, mi ha aiutato, mi ha dato fiducia e responsabilità, gli devo molto”): “Dobbiamo pensare a che cosa è successo a Seattle e a quali risposte noi possiamo dare”. Così è inutile chiedergli che cosa farà più avanti: non avra mica intenzione di essere ministro per tutta la vita? “Non ho progetti a lungo termine. Non credo di poter fare politica a lungo. I tempi sono cambiati. Si può durare sì e no un decennio. Ora sto lavorando per dare all’Italia regole più europee e sugli altri obiettivi che mi sono posto. Cerco di raggiungerli. Poi si vedrà”.
Rileggerebbe sempre il “Deserto dei tartari”, di Dino Buzzati, “Macno”, di Andrea De Carlo, “Il fu Mattia Pascal”, di Pirandello; rivedrebbe sempre “Blade runner”, “Gatto nero, gatto bianco”, “Fantozzi”; riascolterebbe sempre “Banana republic”, di Dalla-De Gregori, “Faces Value” di Phil Collins, Elio e le storie tese. Si inchinerebbe sempre davanti a Jacques Delors, a Nelson Mandela, a Helmut Kohl: “Grandissimo”. Grandissimo nonostante i fondi neri, specifica. E Nilde Iotti? “Il mio rispetto è massimo. Ma dall’eurocomunismo, dall’affare Moro, dai governi Tambroni, non sono trascorsi venti o trent’anni, ma cento. Io vedo quei personaggi come vedo Francesco Crispi o Sidney Sonnino. E’ gente che ha fatto grandi cose, ma in epoche morte e sepolte. Per questo trovo insopportabile l’atteggiamento di Silvio Berlusconi quando tira fuori queste storie sul comunismo. Che scatole…”.
di Mattia Feltri